INFEZIONI IN CHIRURGIA COLPISCONO MEZZO MILIONE DI PAZIENTI OGNI ANNO

In Italia circa 500.000-700.000 pazienti, su 10 milioni di ricoverati l'anno, contraggono un'infezione ospedaliera, con percentuali che oscillano fra il 5 e il 17%. La mortalità raggiunge il 3%. Tra questi, i pazienti chirurgici rappresentano una categoria molto significativa. Il paziente chirurgico che muore, generalmente in Terapia Intensiva, a seguito di complicanze e se non muore per una infezione certamente muore con una infezione. Pur riconoscendo la validità e la fondamentale importanza degli avanzamenti tecnologici nel campo del sostegno alle funzioni vitali, non vi è dubbio che, al di là della prevenzione, la vera e più efficace terapia etiologica delle infezioni e sepsi chirurgiche restino il tempestivo trattamento chirurgico – il cosiddetto source control e quello antibiotico e/o antifungino.

Il Master Sepsi in Chirurgia, diretto dal prof. Gabriele Sganga, docente dell’ Istituto di Clinica Chirurgica dell’Università Cattolica nonché Chirurgo della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, ha promosso un meeting indirizzato per lo più a chirurghi, intensivisti e infettivologi su “Infezioni in chirurgia”.

I docenti sono prevalentemente costituiti da specialisti del Policlinico Gemelli a dimostrazione di quanto questa struttura ospedaliera abbia costruito nel tempo una importante e riconosciuta expertise in questo ambito. Si alternano microbiologo (Prof Maurizio Sanguinetti), intensivista (Prof. Massimo Antonelli), radiologo interventista (Prof. Alessandro Cina), infettivologi (Proff. Massimo Fantoni e Mario Tumbarello). A completare la Faculty il Prof Christian Eckmann, chirurgo di fama internazionale di Peine in Germania, da sempre impegnato sul fronte delle infezioni e sepsi in chirurgia. “Le infezioni in chirurgia – spiega Sganga – avvengono per lo più dopo chirurgia addominale sia per patologie contratte a domicilio (per lo più appendiciti, colecistiti e perforazioni), sia per peritoniti post-operatorie: incidono da un 10-20% sino a un 30-40%, con un trend più elevato per i malati di «passaggio» in una Terapia Intensiva”.

I progressi tecnologici e farmacologici nelle cure post-operatorie hanno contribuito ad ampliare le possibilità di cura chirurgica di molte malattie soprattutto oncologiche e a ridurne la mortalità, ma inevitabilmente si è assistito a un maggiore rischio di infezioni batteriche prima, e fungine dopo. L’uso di cateteri intravascolari e non, la nutrizione artificiale, gli antibiotici, la ventilazione meccanica, l’emodialisi, i reinterventi chirurgici e tanti altri fattori contribuiscono ad aumentare l’incidenza di tali infezioni. La diagnosi precoce è resa difficile dalla mancanza di segni clinici specifici e ancora dalla difficoltà di una diagnosi microbiologica immediata. Proprio per questo è assai importante riconoscere i pazienti ad alto rischio e iniziare una appropriata terapia empirica il più presto possibile. Numerosi studi hanno dimostrato che un ritardo nell’inizio della terapia appropriata aumenta la mortalità di almeno il 20-30%.

“Non identificare queste infezioni – conclude Sganga – può essere letale. Lo scopo di questo Meeting è di sensibilizzare noi chirurghi a questa problematica e di facilitare l’interazione e la cooperazione con tutti gli specialisti (microbiologi, infettivologi, intensivisti, farmacologi clinici, radiologi, ecc.) che ruotano intorno alla diagnosi e cura di tale complicanza post-chirurgica dotata ancora di elevata morbilità e mortalità”.

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